O la corsa o la vita

vedere l’educazione stradale con gli occhi del teatro

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Se pregare vuol dire comunicare con la divinità, correre a grande velocità è una preghiera. Santità della ruota!
Italiani, siate veloci e sarete forti, ottimisti, invincibili, immortali!

Questa proposta teatrale si rivolge agli uffici di Polizia Locale di tutta Italia, perché proprio dalla Polizia Locale di Milano è venuta la richiesta di raccontare ai ragazzi i rischi della velocità.
Ma si rivolge anche agli assessorati alla salute, alle politiche giovanili, alla viabilità e trasporti e in generale a tutti coloro che sentono la responsabilità di approntare politiche di prevenzione nei riguardi delle vittime della strada.

Soprattutto si rivolge a quei cittadini italiani, che avendone possibilità o responsabilità, ancora credono che i problemi sociali non possano essere risolti con i regolamenti e con i divieti ma con l’educazione, con la faticosa costruzione quotidiana di una cultura che dia strumenti critici individualmente e colletivamente emancipatori e non con l’ipocrita retorica del disappunto o del dolore che annichilisce e assolve.

Quando, nell’autunno 2007, la nostra compagnia ha deciso di affrontare l’argomento della sicurezza stradale con i ragazzi, abbiamo fatto subito una scoperta sorprendente. Su questo argomento aleggia un silenzio artistico assordante.
Due le possibilità: o è diffusa la convinzione che le morti su strada siano un fenomeno sociale “fisiologico” e farne oggetto di rappresentazione teatrale abbia lo stesso fascino che drammatizzare il sorgere e calare del sole; oppure siamo in presenza di un moderno “tabù” culturale, difficile da maneggiare e che espone chi lo affronta più al rischio di critiche che di apprezzamento.
La risposta è giunta nelle parole di un ex funzionario del Comune di Milano, per molti anni impegnato sul tema delle giovani vittime del volante, che alla fine dello spettacolo ci ha ringraziato: «Bravi, bellissimo! Ma voi mettete in discussione il mito della potenza illimitata dell’uomo su cui si fonda il mondo moderno!».

E in effetti, con “O la corsa o la vita”, la nostra scelta è stata proprio questa.
Lasciare da parte la rasserenante e inutile retorica della bontà delle regole e della malvagità degli eccessi e dei comportamenti devianti, per risalire a monte, a un mito fondatore pervasivo e indiscusso della nostra società.

Prendendo spunto dalla religiosità acceleratoria di Filippo Tommaso Marinetti («Santità della ruota!»), abbiamo costruito una drammaturgia sul culto della Velocità. Quel culto che accomuna gli eccitati cronisti di Formula1 ai pubblicitari delle case automobilistiche, gli autori di videogame agli sceneggiatori di film e telefilm, i bambini incollati alle piste di macchinine ai loro genitori che sacramentano in attesa dell’occasione buona per sorpassare il deficiente davanti.

I ragazzi non inventano i loro modelli, li assimilano dagli adulti che hanno intorno. Se essere veloci significa primeggiare (dynamis, in greco, potente), essere liberi, essere sempre giovani e belli, questo non entra chissà come nei loro pensieri: sono uomini e donne in carne ed ossa – o pixel – a mandare loro incessantemente questo messaggio. Esplicitamente o implicitamente.
Eccedere e offrirsi al rischio del volante perché disinibiti da alcool, hashish o altra chimica non è che la rincorsa di un desiderio troppo a lungo istigato e trattenuto. Guidare spericolatamente non è una devianza, ma il più lineare degli sviluppi di una libidinosa fascinazione collettiva del primeggiare e quindi dell’essere ammirati.
«Quando passa Nuvolari…» cantava Lucio Dalla.

Di questo parla allora il nostro spettacolo.
Un Gran Ciambellano celebra la Cerimonia dell’Accelerazione: occorre che tra i presenti emerga un Eletto, colui che è capace di incarnare i supremi valori del nostro tempo…

Come in ogni nostro lavoro, il pubblico è parte integrante dello spettacolo: sia i ragazzi che vengono chiamati in scena a lavorare con gli attori, sia tutti quelli che, rimasti a sedere, trasformano il teatro in un’arena dove celebrare «il sacro Rito della Velocità».
Lo spettacolo – composto da testi, video e performance atletiche – è stato infine premiato dal suo giovane pubblico che ha vociato, ha riso, ha applaudito, si è commosso.

E ci ha commosso.