Carlo Magna, il Medioevo riscritto nel ‘900

LSDT Carlo Magna mailLodato sii, o mi Signore,

per questo santo monno

dove ce vonno campa’ tutti,

pure quelli che non ponno.

Il Medioevo è un’epoca storica carica di fascino e le cui vicende umane si sono ingrandite nel tempo con narrazioni e immagini potenti e drammatiche.
I costumi quotidiani come gli eventi eccezionali, entrambi ricchi di simboli, hanno attratto incessantemente la curiosità senza mai riuscire ad esaurirla.

Un’epoca ”estrema” divisa tra carestie e banchetti, fortezze e catapecchie, codici d’onore ed efferatezze, servi della gleba e paladini, vertigini mistiche e patiboli – e sopra ogni cosa una distinzione tra bene e male così chiara da poterla tagliare con la spada (o con la scimitarra).

Tutto questo poteva non trasformarsi in pagine di commedia, quell’arte tutta umana così efficace nel far pensare?

Gli autori italiani del Novecento selezionati e messi in scena in Carlo Magna hanno riletto quei secoli e le loro vicende – metafora di tutte le genti di tutti i tempi – con il bisogno di spogliarli sia del nozionismo scolastico sia della lirica cavalleresca. L’attenzione da battaglie, editti, passioni e grandi gesta verso uomini d’arme, villani, giramondo e frati, ovvero la gente comune che combatteva sì ogni giorno, ma per campare, in primo luogo cercando di soddisfare il sogno tutto plebeo di mettere assieme il pranzo con la cena.

Nell’affresco teatrale di Carlo Magna si intrecciano le vicende dei derelitti mercenari di Tonino Guerra e Luigi Malerba, lo santo jullare Francesco di Dario Fo, gli stornelli di Fabrizio De Andrè, l’armata carolingia di Italo Calvino,  i perplessi fraticelli di Pier Paolo Pasolini e i farneticanti personaggi del Brancaleone di Mario Monicelli.

Tutti in costante ricerca di un posto e di un pasto in quei tempi così difficili da essersi guadagnati il nome di Secoli Bui. Che sia il miraggio di un maiale o la certezza di una mosca, un nobile destriero o il braccio del comandante che, perso in battaglia, non si trova più, le traiettorie di questa umanità brulicante sono tracciate dal fuoco di una fame insaziabile.

Carlo Magna racconta questa storia con la esse minuscola che ci è parsa interessante anche oggi, quando ancora accade che i molti patiscono per il privilegio dei pochi, dove la fame scorrazza nelle campagne del mondo che circondano i castelli delle nostre società benestanti (e anche dentro le mura sono in molti a non passarsela troppo bene…).

Vieni morte, bella morte, piglia anche me.
Orsù, che indugi?
Io ti invoco, tu non mi spauri!
Che è mai la vita?
Breve rumore, seguito da un fiato ammorbante.
E però vienimi, vieni morte. Strappami ad essa, affretta,
che fai tentenni? Accorri che più non reggo.
Io te lo impongo!

Son qua!

Chi? Chi si è?

Son la tua morte, non mi chiamasti?

Io?

M. Monicelli, Brancaleone

§

Il linguaggio è quello della commedia, del sorriso, del riso, perché la commedia è un passo avanti alla tragedia. E’ la ribellione tutta umana contro l’ineluttabilità della sofferenza, l’irresolubilità dei conflitti interiori e col destino, il capriccio della fortuna e il sopruso dell’autorità.

Carlo Magna è quindi uno spettacolo insieme allegro e poetico, che rende omaggio ad alcuni dei più interessanti scrittori del nostro tempo con l’ambizione di vivificarne la parola grazie alle invenzioni di un teatro semplice e intenso che usa il testo con ritmo e cura disegnandovi sopra immagini suggestive e visionarie di corpi, luci e spazi.